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In queste ultime ore molto si è detto e scritto sulla tragedia che si è abbattuta sugli abitanti dei paesi dell'Abbuzzo voglio rilanciare sulla prima pagina del sito un breve ma intenso articolo scritto da Marina Corradi su Avvenire perchè mi sembra quello che meglio aiuta a vedere al di là della morte e della disperazione.
C’è
qualcosa, nelle cronache di dolore dall’Abruzzo, che si insinua come
fra le righe. Qualcosa come una nota diversa in tanta morte, in tanta
devastazione. Improvvisamente, qui e là, fra le parole gettate
concitatamente nei microfoni dagli scampati, una nota che stona nella
desolazione. È quando una madre racconta di come è stata salvata la
sua bambina, da dei vicini sconosciuti che si sono arrampicati sui
cornicioni per arrivare a quella stanza. La bambina è salva, dorme. La
madre non si capacita: «Hanno dei figli anche loro, e hanno rischiato
la vita per la mia. Angeli, sono, come devo chiamarli?».
C’è
qualcosa, in questa mole ferrigna di strazio che sommerge dai
telegiornali, che ci stupisce. È la vecchia di 98 anni che sotto le
rovine della sua casa ha aspettato i soccorsi quietamente, lavorando
all’uncinetto, in quel ritmo antico delle dita che tramano e legano:
simile allo svolgersi fra le dita di una corona di rosario. O il
giocatore dell’Aquila Rugby, ventenne, un colosso, che in quell’alba
di macerie s’è caricato in spalla una donna e poi suo marito - salvi,
dalla loro casa crollata. E su quelle grandi spalle si è poi lasciato
mettere da tanti altri, come un giogo accettato, malati in sedia a
rotelle, e materassi, e fornelli – poveri resti per sopravvivere. Con
quelle spalle da rugbista, con quelle mani come badili, instancabile –
a scavare, per gente mai vista. È questo che ci stupisce dall’Aquila,
molto più che le polemiche, e le accuse, e la consueta rabbia. Ci
stupisce che in una simile esplosione di dolore e di male, gli uomini
reagiscano. Come un pugile che ha incassato un formidabile colpo e,
alle corde, si riscuote e torna a combattere.
Che si raccolga
così la sfida del dolore, introduce un fiato di meraviglia
nell’abitudine stanca con cui spesso guardiamo a noi e agli altri.
Cos’è che spinge degli uomini a rischiare la vita per uno sconosciuto,
a svangare nel fango la notte intera, senza sentirsi stanchi? (Quegli
stessi uomini che fino al giorno prima erano assolutamente come gli
altri, magari cinici, o arrabbiati, o pigri tentatori della buona
sorte al lotto). È, sembra, lo stesso dolore che sfida. E riapre
dimenticati pozzi interiori, e nello schiaffo provoca: c’è una
sorgente, lì sotto, che avevamo dimenticato di avere. Generosa,
gratuita; come straniera, in un mondo che normalmente non dà niente
per niente. Si chiama questa sorgente, parlando cristiano, speranza.
Quella speranza che Charles Peguy definì «una irriducibile» .
Quel
non arrendersi, anche quando tutto sembra perduto. L’improvviso
scoprire che il vicino di cui non sai il nome, vale tanto per te da
sfidare la massa minacciosa dei muri spezzati e incombenti, per salvare
la sua bambina. Come se quel vicino fosse un fratello. Come se
davvero, alla radice, fossimo tutti fratelli. È un’altra Italia quella
che s’è vista in tv e sui giornali in questi due giorni. Nella gente
d’Abruzzo e nelle colonne di mezzi di soccorso che già all’alba di
lunedì si mettevano in marcia da ogni parte d’Italia verso L’Aquila.
Nei volontari e nelle offerte di case, di viveri, di pannolini. Nelle
cento sottoscrizioni aperte, e indicate da tutte, tutte le tv e i
giornali. In questo tempo di crisi. Dove fino a ieri l’Italia, cupa e
depressa, sembrava chiusa nelle sue paure e partigiane rivendicazioni.
La sfida del dolore, come un manrovescio, ha rivelato un Paese spesso
ignoto agli italiani stessi. Una faccia generosa, che rischia, che
non calcola. Un’Italia amante della vita. In questa settimana di
Passione e di morte, ci ha stupito, ci ha lasciato muti la madre che
raccontava di quegli 'angeli' che le han salvato la figlia; e il
gigante dell’Aquila Rugby, accanito, ansante, quella notte, su tutta
un’altra meta.
Marina Corradi
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