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mercoledì 08 settembre 2010
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Cristo è risorto... rallegrati
 
14-04-2009

Rallegrati, Chiesa, Sposa del Cristo!
La resurrezione dello Sposo ti ha rialzato dalla terra
in cui i passanti ti calpestavano.
Gli altari dei demòni non disperdono più i tuoi figli,
ma i templi del Cristo accolgono nuovi battezzati.
La tirannia degli idoli si avvicina alla fine,
gli altari del Cristo trionfano.

(Epifanio di Salamina, V secolo)

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Vicini a chi soffre indicando la luce
 
08-04-2009

In queste ultime ore molto si è detto e scritto sulla tragedia che si è abbattuta sugli abitanti dei paesi dell'Abbuzzo voglio rilanciare sulla prima pagina del sito un breve ma intenso articolo scritto da Marina Corradi su Avvenire perchè mi sembra quello che meglio aiuta a vedere al di là della morte e della disperazione.

 

C’è qualcosa, nelle cronache di dolore dall’Abruzzo, che si insi­nua come fra le righe. Qualcosa come una nota diversa in tanta morte, in tan­ta devastazione. Improvvisamente, qui e là, fra le parole gettate concitata­mente nei microfoni dagli scampati, una nota che stona nella desolazione. È quando una madre racconta di co­me è stata salvata la sua bambina, da dei vicini sconosciuti che si sono ar­rampicati sui cornicioni per arrivare a quella stanza. La bambina è salva, dor­me. La madre non si capacita: «Hanno dei figli anche loro, e hanno rischiato la vita per la mia. Angeli, sono, come devo chiamarli?».


C’è qualcosa, in questa mole ferrigna di strazio che sommerge dai telegior­nali, che ci stupisce. È la vecchia di 98 anni che sotto le rovine della sua ca­sa ha aspettato i soccorsi quietamen­te, lavorando all’uncinetto, in quel rit­mo antico delle dita che tramano e le­gano: simile allo svolgersi fra le dita di una corona di rosario. O il giocatore dell’Aquila Rugby, ventenne, un co­losso, che in quell’alba di macerie s’è caricato in spalla una donna e poi suo marito - salvi, dalla loro casa crollata. E su quelle grandi spalle si è poi la­sciato mettere da tanti altri, come un giogo accettato, malati in sedia a ro­telle, e materassi, e fornelli – poveri resti per sopravvivere. Con quelle spalle da rugbista, con quelle mani come badili, instancabile – a scavare, per gente mai vista. È questo che ci stupisce dall’Aquila, molto più che le polemiche, e le accu­se, e la consueta rabbia. Ci stupisce che in una simile esplosione di dolore e di male, gli uomini reagiscano. Come un pugile che ha incassato un formidabi­le colpo e, alle corde, si riscuote e tor­na a combattere.

Che si raccolga così la sfida del dolore, introduce un fiato di meraviglia nell’abitudine stanca con cui spesso guardiamo a noi e agli altri. Cos’è che spinge degli uomini a ri­schiare la vita per uno sconosciuto, a svangare nel fango la notte intera, sen­za sentirsi stanchi? (Quegli stessi uo­mini che fino al giorno prima erano as­solutamente come gli altri, magari ci­nici, o arrabbiati, o pigri tentatori del­la buona sorte al lotto). È, sembra, lo stesso dolore che sfida. E riapre di­menticati pozzi interiori, e nello schiaffo provoca: c’è una sorgente, lì sotto, che avevamo dimenticato di a­vere. Generosa, gratuita; come stra­niera, in un mondo che normalmente non dà niente per niente. Si chiama questa sorgente, parlando cristiano, speranza. Quella speranza che Charles Peguy definì «una irridu­cibile» .

Quel non arrendersi, anche quando tutto sembra perduto. L’im­provviso scoprire che il vicino di cui non sai il nome, vale tanto per te da sfidare la massa minacciosa dei muri spezzati e incombenti, per salvare la sua bambina. Come se quel vicino fos­se un fratello. Come se davvero, alla ra­dice, fossimo tutti fratelli. È un’altra Italia quella che s’è vista in tv e sui giornali in questi due giorni. Nella gente d’Abruzzo e nelle colonne di mezzi di soccorso che già all’alba di lunedì si mettevano in marcia da ogni parte d’Italia verso L’Aquila. Nei vo­lontari e nelle offerte di case, di viveri, di pannolini. Nelle cento sottoscrizio­ni aperte, e indicate da tutte, tutte le tv e i giornali. In questo tempo di crisi. Dove fino a ieri l’Italia, cupa e depres­sa, sembrava chiusa nelle sue paure e partigiane rivendicazioni. La sfida del dolore, come un manro­vescio, ha rivelato un Paese spesso i­gnoto agli italiani stessi. Una faccia ge­nerosa, che rischia, che non calcola. Un’Italia amante della vita. In questa settimana di Passione e di morte, ci ha stupito, ci ha lasciato muti la madre che raccontava di quegli 'angeli' che le han salvato la figlia; e il gigante del­l’Aquila Rugby, accanito, ansante, quel­la notte, su tutta un’altra meta.
Marina Corradi
 
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Il centro della prima comunione non è il pranzo... ma Gesù
 
30-03-2009

Il Papa parla a un gruppo di bambini di una parrocchia di Roma, domenica, 29 marzo 2009

benedettoxvi_catechesi.jpgIncontrando questa domenica un gruppo di bambini che si preparano a ricevere la Prima Comunione, Benedetto XVI ha detto loro sorridendo che la cosa importante è ricevere Gesù nel cuore, non la festa o il pranzo. Al termine della sua visita alla parrocchia del Santo Volto di Gesù alla Magliana, dove molte famiglie - tra cui non mancano gli immigrati - sperimentano duramente gli effetti della crisi, il Pontefice ha voluto rivolgersi ai più piccoli. "Cari bambini, innanzitutto una buona domenica! Sono felice di essere con voi, anche se il tempo è brutto e ci siamo alzati oggi un'ora prima...", ha detto riferendosi all'arrivo dell'ora legale nella notte tra sabato e domenica. "Sento che vi preparate alla Prima Comunione, all'incontro con Gesù... naturalmente, buone feste per la Prima Comunione", ha detto loro. "Il centro non è il pranzo, ma il centro sarà Gesù stesso - ha sottolineato -. Poi anche il pranzo può essere buono...Auguri a tutti voi! Pregate per me, io prego per voi!".

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Utilizzo www.catechista.it per:
 
Mi piacerebbe che sul sito:
 
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