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Due immagini molto interessanti ci forniscono gli spunti per la catechesi sul miracolo a Cana di Galilea, la prima è l'icona proveniente dalla tradizione iconografica della Chiesa copta, in cui la venerazione a Maria Madre di Dio risale ai tempi più antichi, e la seconda è il mosaico della cappella della Pontificia Facoltà di scienze dell'educazione "Axilium "di Roma realizzata nel 2003 da padre Marko Ivan Rupnik gesuita sloveno ed esperto mosaicista.
 Il mistero che i nostri occhi contemplano si svolge dentro un grande cerchio che abbraccia tutta la scena. I grappoli ubertosi della vite evidenziano questa circolarità, come grembo fecondo che custodisce e genera la vita, a ricordo che, come vite feconda nell’intimità della sua casa, è la sposa (Sal 128,3). Ma chi è la Sposa? Io, tu, la Chiesa, se, come tralci, rimaniamo uniti a Cristo-Sposo e Vite: “Io sono la vite, - dice Gesù - voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5).
Dalla fecondità della vite al vino, che in una festa di nozze – è ovvio – non può mancare. Il vino infatti allieta il cuore dell’uomo ed è segno di festa. Di più: per la mentalità biblica è anche simbolo dell’amore, l’amore umano, l’amore dello sposo e della sposa, ma è anche un’immagine dell’intesa perfetta che ci sarà tra il popolo e il suo Signore, un giorno, nel tempo messianico delle promesse. Di questo vino nuovo, l’icona si fa annuncio!
Al centro di tutta la scena, Maria. E’ lei l’Invitata, ritta davanti alla colonna, come sarà in piedi sotto la croce, nella dignità regale della madre trafitta e della sposa feconda. Accanto a lei il Figlio, crocifisso e glorioso, il Vincitore, posto “come colonna nel tempio di Dio per non uscirvi mai più” (cfr. Ap 3,12 ).
Maria è vestita di blu, il colore della trascendenza accolta nel suo grembo verginale, e porta sulle vesti il maphorion riccamente bordato in oro e ornato da tre stelle, una sul capo e due alle spalle, come segno della sua regale e perpetua verginità.
Le sue mani incrociate annunciano il mistero della croce, e la palma aperta, rivolta verso di noi, esprime il suo “fiat” al disegno divino. Dice sì, e ci contagia nel desiderio di compiere la volontà di Dio. Seguendola con lo sguardo, la Madre, la Sposa, ci dirige verso il Figlio, che con il suo braccio teso, taglia perpendicolarmente la colonna, il palo della croce - perché braccio teso è quello del Signore che libera dalla schiavitù (cfr. es. 6,6).
L’elevatezza della sua statura rispetto a quella degli altri è un canone iconografico per mettere in evidenza l’importanza e l’autorevolezza di Gesù rispetto alle altre persone raffigurate.
La carnagione del suo volto è di colore terraceo, ma pregno di luce, scuro e chiaro a un tempo. Ogni uomo vi si può riconoscere, segno inequivocabile che Dio “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tim 2,4). Salvati e sposati in mistiche nozze con Lui!
Il suo capo è circonfuso da un nimbo dorato, nel quale è inscritta una croce; in esso troviamo le parole "Colui che è", espresse con le tre lettere greche. Il nimbo è contornato di rosso, così come di rosso è circondata tutta l’icona, e rossa è infine l’iscrizione. E’ il segno dell’alleanza nel sangue di Cristo versato per amore dell'uomo.
Proprio a significare questa alleanza, Egli veste una tunica rossa che racconta la sua umanità e il suo sacrificio, ed è avvolto da un manto blu che richiama il cielo, la trascendenza, la quiete e quindi il mistero della sua divinità.
Anche Gesù ha la palma aperta, perché suo cibo è fare la volontà del Padre che lo ha mandato (cfr. Gv 4,34).
Intimo è il dialogo e profonda la comunione tra i due, evidenziata da quest’unico gesto della palma aperta, in totale disponibilità e consegna. Entrambe aperte e l’uno all’altra parallele, tese verso l’alto compimento del progetto di Dio.
Dietro di loro, una tenda di colore rosso, il colore della fecondità, della pulsione, dell’eros; è aperta alla vita e dice che siamo dentro una scena di grande intimità e fecondità.
La comunione tra la Madre e il Figlio, è partecipata e, al contempo, assunta dai due sposi che celebrano l’amore coniugale come manifestazione della nuova alleanza tra Cristo e la Chiesa. Entrambi hanno le braccia incrociate, nell’atto di custodire il dono ricevuto, e con i loro due corpi formano una mandorla, simbolo di fecondità.
I due sposi sono vestiti di delicata lievità. La sposa indossa una veste celeste, il colore del cielo, della trascendenza, e bianco, il colore della purezza, della contemplazione, della quiete e della pace. Lo sposo invece è vestito di rosso, il colore della fecondità e dell’eros, ed indossa un manto verde, colore di speranza e di vita.
Tuta la scena poggia su un grande tappeto steso su di un pavimento, perché essi sono come al centro di una scena universale in cui si celebra la nuzialità perenne e sempre nuova tra la Divinità e l’umanità.
Sei sono le idrie e sono riempite d’acqua, come annuncia il testo biblico, ma qui già si evidenziano mutate in vino e nell’atto di esser portate in tavola dai servi. Sono sei, abbiamo detto, ed esprimono inadeguatezza, ma anche tutto l’impegno e lo sforzo che la persona umana può fare con la sua volontà decisa di essere, come la Madre e come il Figlio, come la sposa e come lo sposo, a disposizione del regno, in obbedienza perfetta al Padre. Ecco perché le sei idrie dell’insufficienza vengono trasformate comunque in vino. Trasformate perché premiate del nostro impegno del nostro sforzo, nella volontà decisa ad essere una cosa sola con Cristo e in Cristo.
Fissiamo i volti: la sposa e Maria hanno lo stesso volto, così come Gesù e lo sposo. Perché il loro segno è grande: veramente l’amore umano, premuroso e fedele degli sposi imita e manifesta l’amore stesso di Dio ed immagine dell’alleanza nuziale tra Dio e la sua Sposa, la Chiesa!
 Giovanni dice che le nozze a Cana di Galilea ci furono nel terzo giorno. Secondo il modo di computare il tempo degli antichi (oggi, domani e il terzo giorno), siamo due giorni dopo i quattro precedentemente raccontati: Gv 1,19.29.35.43. Il che vuol dire che il terzo giorno in cui avvengono le nozze nel conteggio dei giorni dall’inizio del vangelo di Giovanni sarebbe il sesto giorno, perché sarebbe quattro più due. «Il terzo giorno a partire dal quarto, cioè nel sesto giorno da noi enumerato fin dal principio, hanno luogo le nozze a Cana di Galilea» (Origene).
Con la collocazione delle nozze nel sesto giorno si fa allusione diretta a Gv 19, 31, cioè alla morte di Gesù. Il sesto giorno è il giorno della creazione dell’uomo ed è il giorno della generazione dell’uomo nuovo, sulla croce. Il terzo giorno invece è il giorno della sua risurrezione. Il fatto che Cristo nella risposta alla madre che lo informa della mancanza di vino dica «la mia ora non è ancora giunta» significa che le nozze di Cana di Galilea vanno assolutamente lette nella chiave pasquale.
L’ora di Cristo nel Vangelo di Giovanni è l’ora della gloria di Dio che coincide con la sua crocifissione, con la morte sulla croce. Si tratta dunque di una chiave di lettura pasquale, in una confluenza della gloria di Dio e della morte di Cristo e che questo sacrificio va letto in una chiave sponsale perché si tratta delle nozze. Cristo in qualche modo viene interpretato come il nuovo sposo e perciò il costato aperto sulla croce e il sangue e l’acqua versati devono ricevere uno spiraglio di significato anche dal segno operato nelle nozze di Cana. Acqua, sangue e costato aperto sono infatti la generazione dell’uomo nuovo nel battesimo, generato dal vero sposo.
DAL VANGELO AL MOSAICO
Le nozze sono in tutta l’interpretazione, sia giudaica che poi cristiana, il simbolo dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Nelle giare la maggioranza dei padri vedeva simboleggiata la legge di Mosè, codifica dell’alleanza tra Dio e l’uomo. Dio è fedele, ma l’uomo non mantiene l’alleanza, perciò la legge di Mosè sancisce un cammino retto dell’uomo capace di mantenerlo nell’alleanza.
LE SETTE GIARE
Il numero 6 (le giare da riempire, come dice il vangelo) è il numero dell’insufficienza, mentre il numero 7 (le sei giare vuote più quella che è servita per il travaso dell’acqua, com’è nel mosaico) è il numero della pienezza. Così si allude al superamento della legge, a un compimento nuovo della legge, con un’alleanza nuova.
Le giare si usavano per attingere dal pozzo: si tratterà quindi di attingere dalla fonte che veramente dà la vita, dal momento che la legge si è prosciugata nella sterilità. Si prefigura quindi un compimento nuovo della legge, con un’alleanza nuova.
La mancanza del vino vuol dire certamente la mancanza della gioia e dell’amore: «Il vino è come la vita per gli uomini… Che vita è quella di chi non ha vino? Questo fu creato per la gioia degli uomini. Allegria del cuore e gioia dell’anima è il vino bevuto a tempo e a misura» (Sir 31,27-28). In questo senso possiamo intendere le parole di Maria («Non hanno vino») come l’ultima constatazione dell’Antico Testamento. Cioè una religione che da alleanza si rinchiude sempre più nella legge, che produce una mancanza di gioia perché mancanza d’amore.
Le parole di Maria sono quelle di una Vergine Madre. La sterilità è una dichiarazione del fallimento dell’uomo, dell’incapacità di dare la vita. La verginità è dichiarazione di una rinuncia libera a voler dare la vita, è un ritirarsi dal primo posto, è riconoscere che è il Signore che dà la vita. Perciò le nozze di Cana dovranno far vedere come il Signore è il vero sposo che dà la vera vita.
GLI SPOSI SONO TRISTI
Per mancanza di gioia e d’amore, nel mosaico gli sposi sono presentati come tristi, pensierosi, espressione di un’alleanza fallita perché sclerotizzata in una religione esteriorizzata e rinchiusa tra i doveri, i precetti e i compiti. Lo sforzo umano è da solo insufficiente. L’ora di Cristo - manifestazione della gloria di Dio - è l’ora in cui Cristo rivela ciò che è la verità tra l’uomo e Dio, tra il Figlio e il Padre, cioè l’amore incrollabile. L’uomo che non accoglie questo amore e che non si apre alla partecipazione della Pasqua di Cristo sarà un uomo con lo scisma tra l’amore-sacrificio e la gioia. Solo l’uomo che nel sacrificio d’amore trova la fonte della gioia è la vera somiglianza di Dio.
IL SERVO, MARIA E IL ROTOLO DEL VERBO
Maria e il servo sono sullo sfondo del rotolo del Verbo, del Logos aperto. Perché Maria ha ascoltato la Parola, l’ha accolta ed essendo piena di grazia ha avuto quell’amore necessario perché la Parola potesse prendere dimora. Il Signore si è sentito dentro di lei come a casa propria.
Il servo obbedisce, ma di fatto solo nella Vergine la sua obbedienza acquista la vita. La giara che lui tiene in mano coincide con il ventre della Madre di Dio. Le giare erano lì per la purificazione, ma erano vuote e si dovevano riempire con acqua. Anche qui si nasconde un messaggio spirituale, sulla insufficienza di una purificazione che parta dall’esterno. La vera purificazione è dono di Dio, parte dal cuore e purifica l’uomo in tutte le sue azioni e in tutto il suo essere.
DALL’ACQUA AL VINO
Vediamo adesso un passaggio completo, dall’acqua al vino e dal vino al sangue. Dalla creazione alla redenzione, dalla creazione al sacramento dell’amore umano (la coppia di sposi). Sant’Agostino nel suo commento a Cana di Galilea dice che il miracolo di Cana succede sempre, ogni anno, che dalla pioggia e dalla terra viene l’uva e poi il vino, cioè dall’acqua al vino. E questo è semplicemente una esplicitazione del segno in Giovanni per mettere in evidenza che Cristo è il creatore del mondo. Per questo motivo le giare non sono fatte di pietra - che di per sé andrebbe meglio con l’interpretazione che rappresentano la legge - ma di un travertino che possa alludere all’argilla, alla terra, per sottolineare il Cristo come creatore.
CRISTO IN CROCE
Cristo non è seduto alla tavola, ma sta sulla croce, vestito in bianco per indicare il sacrificio spirituale con l’epitrachelion (stola di rito orientale con scene evangeliche, ndr) d’oro a indicare il suo sacerdozio e con gli occhi fissati sull’altare, dove si incontra con lo sguardo di Maria. Cristo è dunque crocifisso, a manifestare l’amore di Dio totale e assoluto, perciò l’albero dell’Eden diventa l’albero della vita vera da cui si può attingere come dalla fonte.
LA NUOVA ALLEANZA
Il costato, anche se già glorioso, fa ancora vedere il segno vero che è quello del dono di Dio. Cristo è il vero sposo e la sua sposa rappresentata con Maria dall’altro lato (perciò le dice “donna”) ed essa simboleggia la Chiesa che si trova dove c’è l’Eucaristia. Dunque la nuova generazione di questo nuovo Sposo siamo noi che celebriamo sull’altare la nostra salvezza, il nostro Salvatore, il nostro Signore. Così si trova dietro l’altare da un lato l’antica alleanza, sterile, superata e compiuta in un modo totalmente nuovo, unico ed eccezionale in Gesù Cristo e dall’altra parte della tavola noi, umanità della nuova alleanza.
UN’ECO DI BELLEZZA
Nel mosaico, anche gli spazi tra le figure sono curati con altrettanta attenzione e forza creativa delle figure stesse. Le figure sono come le parole, come i discorsi. Il compito degli spazi è allora quello di creare lo spazio necessario nel cuore affinché siamo in grado di accogliere quelle parole. Lo sguardo scivola sui colori, sui movimenti, sulle pietre, e nell’anima nasce un’eco di bellezza. E la bellezza, proprio perché è l’amore realizzato, è l’unica capace di creare l’atteggiamento giusto per sentire e comprendere.
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