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Ricopio paro paro... con piacere questo articolo che ho trovato sul sito della LDC, perchè penso possa essere un utile stimolo allo scambio di esperienze su questo argomento. Quale è la tua esperienza ? Segnalala sotto usando lo spazio per i commenti.
I BAMBINI CHE DISTURBANO A CATECHESI di Anna Maria Bastianini
Bambini caotici, attaccabrighe, chiacchieroni che rendono difficile ogni incontro di catechesi.
Cerchiamo di capire meglio perché si comportano così. "Ho imparato molto dai miei bambini, dice un catechista ormai con una certa esperienza. Quando avevo diciotto anni ho affiancato per un po’ una catechista per imparare il mestiere. La ammiravo molto: i bambini del suo gruppo erano contenti di trovarsi tra loro e con lei nell’ora di catechismo. Poi ci si trovava all’Oratorio e a volte per fare i compiti. Essere nel suo gruppo di catechismo era sperimentare quel "ti ho conosciuto per nome" che tanto dice della tenerezza di Dio per noi e anche il "come è bello per noi stare qui", che Cristo ha regalato agli apostoli con la sua Trasfigurazione, perché mettessero le ali nel proseguire il cammino in lui e con lui verso Dio… Mi diceva sempre: se un bambino disturba chiediti il perché: certamente ha qualcosa da dirti e da dire agli altri e non riesce a farlo in un modo più accettabile per gli altri e per sé. Fermati e cerca di capire: imparerai qualcosa su di te e su di lui e sicuramente ne verrà qualcosa di buono".
Una nuova relazione per il bambino
Quando un catechista entra nella vita di un bambino, si trova di fronte a una personalità che si è già modellata, nei suoi tratti fondamentali, nei primi anni di vita. Peraltro la relazione con il catechista - così come con le altre figure educative - è uno spazio importante di confronto per il bambino, in cui ha la possibilità di giocarsi "da solo", cioè senza i genitori - che sono comunque sempre riferimento affettivo-educativo primario - secondo le caratteristiche che ha maturato in famiglia, con l’opportunità di modificarle, arricchirle, renderle utili alla vita sociale extrafamiliare.
Le sorprese di un incontro
Al primo impatto alcuni ragazzini ci saranno immediatamente simpatici, altri antipatici, altri insopportabili. È normale, e il fare finta che siano tutti uguali per noi ci espone a grosse difficoltà nel rapporto con il gruppo e con ognuno. Ogni bambino infatti, e ogni persona d’altronde, per il suo comportamento, i suoi atteggiamenti, a volte anche per il suo aspetto fisico e il suo modo di muoversi richiama in noi ricordi, spesso non coscienti, di persone e di esperienze relazionali che per noi sono state positive, piacevoli, stimolanti, costruttive oppure fonte di dispiacere o di sofferenza. Può anche capitare che un bambino ci richiami aspetti e problemi che ci hanno caratterizzato o con cui siamo ancora alle prese e che tolleriamo con difficoltà in noi e tanto meno negli altri.
Bambini "antipatici"
Se il nostro gruppo di bambini è formato da personcine che, casualmente, ci sono simpatiche, perché la loro presenza richiama per noi aspetti gradevoli di noi stessi e della nostra esperienza, è possibile che "tutto fili liscio" e che non ci sia necessario riflettere sulla nostra relazione con ognuno di loro. Ma che fare con gli antipatici? Si tratta spesso di bambini "che disturbano", a volte di bimbi "invisibili" (di quelli che in fondo non sapremmo dire con certezza se erano presenti o no l’ultimo incontro), a volte di bimbi aggressivi. La loro presenza ci rende difficile la gestione del gruppo ed è fonte continua di frustrazione: qualunque attività, qualunque contenuto si proponga si ha la sensazione che scivoli via, che non siamo ascoltati. Si rischia inutilmente di innervosirsi, di arrabbiarsi, di lamentarsi del bambino coi suoi genitori, di ricorrere a sgridate, punizioni, premi, ecc.
Perché si comporta così
Vale la pena invece di chiedersi il perché di quel comportamento, di quell’atteggiamento che dà fastidio a noi e agli altri bambini. I genitori ci possono molto aiutare a capire il loro bambino. Hanno vissuto con lui da sempre e possono segnalarci eventuali problematiche particolari. Ma non è solo questo che ci interessa. Giacché comunque il catechista - come d’altronde la maestra o gli altri educatori - può aiutare il bambino attraverso la relazione con lui, ma non può modificare nulla nell’ambito delle relazioni familiari che eventualmente lo danneggiano o lo hanno fatto soffrire. Per comprendere il comportamento di un bambino, ci sarà utile domandarci che senso può avere, dal suo punto di vista. In altre parole, proviamo a metterci nei suoi panni, cercando di sentire e di cogliere quale bisogno, quale desiderio, quali timori si esprimono in quel comportamento.
Ogni comportamento ha una motivazione
Adler sottolinea che ogni bambino ha bisogno di sentirsi adeguato e accettato dagli adulti e dagli altri bambini e come, per questo, ricorra a strategie che, alla luce delle esperienze affettive precedenti, ritiene utili, inconsapevolmente, a garantirgli sicurezza, attenzione, stima da parte degli altri. Ogni comportamento pertanto ha una motivazione, una finalità, che è importante capire per poter rispondere secondo le modalità necessarie a quel bambino in quel momento. A mo’ di esempio, ricordiamo i bimbi caotici, attaccabrighe, mai zitti. Se li osserviamo bene, cogliamo spesso il loro bisogno di richiamare continuamente l’attenzione dell’adulto. Il fare continuamente qualcosa che non va attirandosi la sgridata è un modo per essere sicuri di essere considerati. Ma il continuare semplicemente a sgridarli non li aiuta a sperimentare altre modalità per esserci e per essere stimati. Si tratta allora per esempio di cercare di "avere in mente" comunque quel bambino, incoraggiandolo a sperimentarsi e valorizzando il suo impegno...
Entrare in sintonia con il loro mondo
Che cosa ci guida in una comprensione di questo tipo e che cosa può orientare la nostra risposta? Non si corre il rischio di interpretare troppo soggettivamente le azioni dell’altro, attribuendo ai bambini pensieri, emozioni che in realtà sono nostri? Diceva Bettelhein parlando ai genitori e agli educatori: "Quello che di solito riesce di aiuto è richiamare alla memoria le volte in cui noi stessi ci siamo comportati come sta facendo ora quel bambino, o abbiamo avuto l’impulso di farlo". Proprio questo è il paradosso della relazione umana: non si può conoscere l’altro se non attraverso se stessi, e più conosciamo noi stessi, ricuperando, riconoscendo, comprendendo parti della nostra esperienza passata, più abbiamo la possibilità di sintonizzarci con l’altro, senza invaderlo con i nostri problemi e le nostre ansie, riconoscendo il suo mondo con pensieri, emozioni simili ma al contempo diversi da quelli che appartengono a noi.
I NOSTRI BAMBINI
1. Preferiscono internet. Secondo Eurispes e Telefono Azzurro, i piccoli italiani non amano le favole: preferiscono internet, tv e wrestling. Navigano su internet per i videogiochi, per scaricare musica o film o per cercare informazioni di studio.
2. La piaga del bullismo. Tre bambini su 4 sono vittime del bullismo. Il 78,9% deve difendersi; il 42,3% fra 7 e 11 anni dichiara di subire brutti scherzi, il 39,6% di subire prese in giro ripetute e il 33,6% offese ripetute. La scuola (32,3%) e la strada (27,3%) sono i luoghi più rischiosi. Solo il 27% dei bambini chiede aiuto agli adulti.
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